mercoledì, 04 novembre 2009

...mi dileguo in un bicchiere di vino rosso rubino, un Nero d'Avola dall'etichetta lisa e strappata che pare sopravvissuto  alle due guerre mondiali. Mordo un pezzo di formaggio con i buchi, mentre il pollo si ammorbidisce nel forno, quanto basta a rendersi mangiabile. Mi sento un rapper di cucina, una persona che trova le sue formule alternative alle ricette dei piatti tradizionali, alle note di cipolla o basilico, con la fantasia e l'ingenuità di chi non sa cucinare e l'aiuto delle spezie. Avrei voluto ascoltare un po' di musica classica durante la preparazione della cena, l'unica certezza che a volte mi concedo, ma il solo ronzio che s'avvita lentamente ai miei timpani è il friccicorio dell'olio che bolle, così come bolliva, quel pomeriggio, il mio sangue. Il cielo era azzurro, il sole non ci aveva mollato nemmeno per un secondo restando impigliato fra i suoi ricci e le mie ciglia e, stanche, avevamo deciso di fermarci a riposare. Erano giorni che avevo voglia di baciarla, di sfiorarle il collo con le labbra, di morderla nel punto in cui avesse piegato la testa, incavo del piacere e di avvinghiarmi alle sue mani come un animale quando afferra la preda.  "Animale", una parola che per anni aveva solo sfiorato la mia vita ma che un giorno, come l'olio bollente, era scivolato sul mio corpo lasciando segni indelebili di desideri rimasti in bilico, come biglie che corrono sui bordi di un tavolo. "Bambolina", mi chiamava spesso Margot: io piuttosto, ormai,  mi sentivo un animale; quell'animale che aveva afferrato il suo dito indice con le proprie mani, l'aveva avvicinato alle labbra e come il frutto più succoso del mondo, lo aveva accolto nella propria bocca gustandolo quale primizia d'estate, fino al momento in cui non l'aveva sentito prender vita da solo, tra la lingua e la gola, e andare su e giù, avanti e indietro, dentro e fuori al ritmo del mio respiro. La sentivo dentro di me esplorare il calore e l'umido della bocca mentre la mia mente viaggiava a miglia di distanza, tra l'energia delle stelle cadenti che avrebbe illuminato la notte di San Lorenzo. Il mio corpo, al contrario, rimaneva lì, racchiuso in quel movimento, ondulatorio o sussultorio, ma sempre più vicino al suo viso. Tra di noi, ancora debolmente, s'insinuava l'ultima parte del dito che stava tornando alla luce e che creava quello spazio impercettibile denso di desiderio, un vuoto appagato solo dal contatto delle nostre labbra, dal loro unirsi ancora e aprirsi ancora, alla danza del senso e dell'intimità: un bacio dolcissimo, pieno, avvolgente, perfettamente sincrono e buono, come lo zucchero a velo. "Dov'era finito l'animale?" mi  sono domandata. S'era dileguato nel profumo della pelle, tra le sue molecole, in attesa...

Flor

postato da: Flordelsol alle ore 20:59 | link | commenti
categorie:
venerdì, 04 settembre 2009

Un giorno ho incontrato una poesia cieca,

barcollava lungo la strada

trascinando il suo peso floscio

su per un dirupo;

ad ogni passo pareva cadere nel vuoto

eppure rimaneva  in un equilibrio distillato

di piccoli movimenti

e grandi bracciate

in uno spazio indefinito

tra una riga ed un’altra,

mentre i pensieri correvano liberi

dentro e fuori l’inchiostro.

Un giorno ho incontrato una poesia cieca,

mi ha raccontato storie di profumi e incensi,

di cuori puri e anime immonde che

si svelavano nei suoni dolci o

gracchianti di poche parole,

di lacrime del cuore su volti di ferro

che scendevano tra bellissimi ricordi.

Un giorno ho incontrato una poesia cieca,

mi ha chiesto: perché mi stai osservando?

Non hai forse il coraggio di leggermi?

E da allora ho aperto gli occhi

ho smesso di vedere

e ho iniziato a sentire.

 

Flor


postato da: Flordelsol alle ore 17:22 | link | commenti
categorie:
sabato, 20 giugno 2009

...mi prese la mano, per gioco, perché era al telefono con la sua migliore amica o forse perché una parte di lei lo desiderava, quella dell’istinto primordiale che ti fa scegliere senza i lumi della ragione ormai ingabbiati dagli schemi sociali in cui si cresce. Giocherellava con le mia dita stringendo e allentando la presa poi, d’un tratto , infilò la sua mano nella mia. Riconobbi subito quel calore e quella morbidezza, come avrei potuto dimenticarli? Erano le mani di due amanti che avevano viaggiato nel tempo e nello spazio per ritrovarsi di nuovo, nei nostri corpi, per continuare a sentirsi, a respirasi, ancora e ancora…Io rimanevo ferma ascoltandola parlare, non volendo che un mio movimento interrompesse quel calore che si effondeva tra di noi da quel contatto. La sentivo attraverso la pelle, attraverso quella stretta ed era come se la sua essenza fosse concentrata lì, per me. Il suo profilo era sorridente perché la conversazione scivolava su toni frivoli e divertenti. Aveva questo modo particolare di piegare la testa verso il basso quando arrossiva o c’era qualcosa che la intimidiva. Di lei mi stupiva sempre il suo calore improvviso ma anche la sua freddezza e il suo autocontrollo. Aveva bisogno di grandi slanci per lasciarsi andare, per passare il confine, quello di se stessa e delle sue paure: il gioco era un mezzo efficace, la rendeva viva, eccitata, come una bambina al luna park. Quando ebbe terminato di conversare ritrasse la mano. Eravamo nel parco dove avevamo lasciato che i nostri sensi si impadronissero di quel pezzetto di vita che era scritto fosse solo nostro. Parlammo della telefonata, del più e del meno come al solito, ma nella mia mente girava solo il pensiero di tuffarmi ancora in lei, nell’unico modo che mi era concesso. Così la presi io stavolta. Prima le accarezzai il dorso della mano risalendo le dita fino alle unghie, lunghe, curate; poi lascia che le mie dita penetrassero nelle sue e con un leggero movimento chiusi la sua mano dentro la mia. Volevo proteggerla, forse dalle sue paure o dai suoi dubbi, forse dal mondo circostante e anche dal suo mondo se questo l’avesse giudicata; l’avrei protetta anche da me stessa se avesse voluto che uscissi dalla sua vita. Margot guardava altrove, verso il lago dove un bambino era piegato a rifocillare i piccioni mentre la mamma lo seguiva con lo sguardo, da lontano. Forse pensava a suo figlio, a cosa avrebbe comportato tutto questo per lui, per loro. Il mio respiro era leggero e quasi immobile. Sentivo ronzare nella testa il ritornello di Cuore Sacro, il suono leggero e sensuale dei violini che coloravano gli alberi, il lago e i nostri capelli. Mi allentai verso di lei e allentai la morsa uscendo piano da quell’intreccio per girare delicatamente la mano verso il palmo. Lì disegnai rondini e gabbiani, stelle e lune, alberi e oceani infiniti, con il mio indice, sfiorandola delicatamente e deliziandomi,di tanto in tanto, di affondare leggermente le dita nelle sue, ma non del tutto, non fino in fondo. Era un lento incedere e retrocedere che si alternava ai disegni. Infine intrecciai le mie dita alle sue e la strinsi forte per trasmetterle tutta l’emozione che sentivo, quel temporale estivo che bagnava i miei sensi. Margot si girò a fissarmi negli occhi senza interrompere il suono del silenzio che ormai ci circondava. Avrei voluto esplodere, come un rovo che prende fuoco, avrei voluto baciarla ancora e ancora, scendendo verso il collo per poi risalire su ai suoi lobi. Avrei voluta sentirla addosso come un vestito bagnato dalla pioggia, col suo viso accanto al mio e il respiro corto. Allentai la morsa. Mi ero spinta oltre, oltre quello che lei mi aveva detto di volere. Allora mi nascosi nella sua ombra affinché non mi vedesse ma da dove io potessi osservare quando e quanto mi cercasse e in che direzione. Mi nascosi proprio lì, nel suo unico punto debole, per starle accanto in silenzio, per esserci senza esserci…
 
Flor
 

postato da: Flordelsol alle ore 16:38 | link | commenti
categorie:
sabato, 30 maggio 2009

...un profumo di spezia, cumino, paprika, curry percorrono le strade di Londra e li avvicinano all'India, sua antica colonia, ancora avvinghiata all'anima della city come l'edera all'albero. Chiudendo gli occhi ci si puo' purificare nel Gange e sentire il morbido della seta che ricopre il corpo delle donne indiane, sfiorare la pelle; sentire il riso dei bambini che si rincorrono per strada e la frenesia del traffico. Se invece si preferisce aprire gli occhi, l'immagine della  mente lascia il posto alle imponenti strutture moderne di vetro temperato e alluminio che sovrastano piccole case stile vittoriano con ampie finestre e tetti a spiovente; le strade si trasformano in viuzze percorse da innumerevoli automobili contromano e il fiume perde la sua sacralita' trasformandosi in una linea verde solcata da innumerevoli ponti, carrabili o pedonali, come un'arteria pulsante che alimenta la vita delle sue industrie. Da questa immagine pero' non svanisce la seta, il colore scuro della pelle, ne' l'odore di spezia. Passeggiando tra le vie di Londra il vecchio e il nuovo si alternano come le diverse razze che la compongono e che l'affollano in un puzzle curioso e affascinante di importante integrazione e civilta', come una madre che accoglie tutti i suoi figli e li educa al rispetto dell'altro senza trascurarne la crescita. Questa citta' sa di moquette e fiori freschi, venduti ad ogni angolo della strada, e di banane, esposte nelle stazioni ferroviarie come biglietti della lotteria; ma sa anche di olio dei freni e di motore surriscaldato che esalano dal suo tubo (metro) e dalle numerose stazioni ferroviarie....(continua)


postato da: Flordelsol alle ore 22:41 | link | commenti (1)
categorie:
mercoledì, 27 maggio 2009

..."No" disse, frapponendo un dito tra le mie e le sue labbra, ma questa blanda resistenza si spense appena mi protesi a cercare un nuovo salto nel fuoco, con gli occhi carichi di desiderio. "Sei un animale" mi apostrofò in seguito, a causa del mio sguardo avido e della mia insistenza ma quei baci li volevo, giuro che li volevo con tutte le mie forze e non mi sarei mai spinta così in alto, fino all'ombra del precipizio e con la consapevolezza di cadere, se ogni fibra del mio corpo non li avesse desiderati. "Ti sento", pensavo, mentre le nostre lingue s'immergevano l'una nell'altra in un giro di tango, "mi senti?", dicevano i miei pensieri, mentre la danza assumeva i toni di un sensuale blues. Ci staccammo un po' brutalmente. I miei occhi spalancati, il respiro corto, la testa in fiamme, mi sentivo scoppiare. Un fuoco così intenso non mi apparteneva, non era nelle mie corde, io che sono per l'arte della sensualità, per il delicato ma intenso, per un piacere che nasce piano ma che poi esplode scardinando ogni resistenza. La osservai di sottecchi, poi più direttamente e non mi ero accorta che stava parlando: "Sei strana? Ti vedo strana" diceva a ripetizione come un disco rotto. Non capivo cosa intendesse. "Come stai?" le chiesi interrompendola, "Ho il cuore in gola" mi rispose. Improvvisamnte mi sentii esausta, come se la stanchezza dell'ultimo mese mi fosse piombato addosso di colpo, in quel momento. Avevo conosciuto Margot ad un concerto jazz, tra un bicchiere di vino e l'altro, un mese prima. Di lei mi colpirono subito alcuni dettagli: muoveva le mani con estrema eleganza e delicatezza nonostante la spontaneità che la caratterizzava e mi resi conto di quanto fosse raro incontrare queste due caratteristiche, così ben assortite, nella stessa persona; il color rame dei capelli ricci le donavano quella sensualità selvaggia che appartiene allo scatto delle pantere quando puntano la preda per colpirla; infine la luce curiosa e intrigante dei suoi occhi d'ambra che mi scrutavano come se già mi conoscessero. Mi avvicinai a lei e mi presentai. Ci stringemmo la mano: la sua calda e decisa, la mia timida e impacciata e iniziammo a conversare, amabilemente, di ogni argomento che ci veniva in mente, impegnato o futile, per tutta la serata restando, magneticamente, una di fronte all'altra. Mi disse che era divorziata e con prole, un bimbo di dieci anni. Le dissi della mia ultima relazione finita male con una cantante lirica, dalla quale avevo ereditato ogni versione del Rigoletto, che lei amava particolarmente, tutte le opere dell'ottocento e le migliori del settecento: insomma una vera collezione! Margot si irrigidì confessandomi che non apprezzava l'opera perchè non la conosceva. "Non giudico certo le persone per ciò che conoscono ma per quello che trasmettono" la rassicurai. "Ed io cosa trasmetto?" azzardò, "Magma" pronunciai d'istinto frapponendo fra noi il bicchiere di vino che sorseggiai precipitosamente. Ci rivedemmo tre giorni dopo in una sala da tè, tra una sfilata di giovani donne russe che aspettavano i loro mariti. Ci sentimmo telefonicamente, poi ci accordammo per una cena. Ad ogni incontro la tensione cresceva, le illazioni e le frasi lasciate a metà salavano le nostre conversazioni fino a quella sera quando, mentre passeggiavamo lungo il fiume, le dissi senza mezzi termini: "Ho sognato di baciarti, di accarezzarti i capelli." Non mi rispose, ma piegando la testa in avanti, la vidi arrossire  tra le file dei riccioli. Potevo leggere nel colore dei suoi occhi la curiosità e la voglia di mettersi in gioco. Rimanemmo in silenzio per qualche minuto continuando a camminare poi, di colpo, mi fermai perchè ormai sentivo solo il pulsare delle tempie e mi voltai a guardarla. Nella penombra creata dal frapporsi degli alberi al pieno della luna ebbi solo il tempo di vedere il suo viso avvicinarsi con uno scatto deciso e sentire le sue labbra che dischiudevano la mia bocca già arresa alla sua in un bacio appassionato. Appena mi resi conto che stava accadendo realmente ciò che da tempo girava nella mia mente proprio come un disco rotto, le afferrai la nuca e la strinsi in una morsa dalla quale non poteva fuggire. Mi immersi completamente in lei attraversando il suo passato e il suo presente in un istante, con decisione, come uno schiaffo o un eruzione vulcanica. Mi staccai e la ripresi di nuovo assaporando l'incandescenza di quell'incontro poi, alla terza volta mi disse "No", frapponendo un dito tra le mie e le sue labbra...

Flor


postato da: Flordelsol alle ore 20:36 | link | commenti (1)
categorie:
giovedì, 19 marzo 2009

...non si può inventare che ridendo di se stessi

di quella prosa ch'è poesia inusuale

che sgorga dal divertissement della mente

come le mani su di un pianoforte 

quando cercano le note perdute

e ridono di se stesse...

Flor

 


postato da: Flordelsol alle ore 18:43 | link | commenti (2)
categorie:
venerdì, 16 gennaio 2009

...mordo spicchi di parole

che lontane giungono alla mia bocca

come il ricordo dell'ultima musa ispiratrice.

Le ingoio

 una da una

riponendole nella stanza

del bicchiere mezzo pieno

e mezzo vuoto.

Lì, sono a centinaia

dolenti e fragili

stupide acrobati del pensiero che non trova forma.

Serro le labbra

ora basta...

 

Flor


postato da: Flordelsol alle ore 14:32 | link | commenti (4)
categorie:
lunedì, 12 gennaio 2009

...siamo fatti della sostanza dei sogni e la nostra piccola vita è circondata dal sonno...

William Shakespeare

Flor


postato da: Flordelsol alle ore 10:18 | link | commenti
categorie:
domenica, 11 gennaio 2009

...la vita è una cosa mai vista...

Flor


postato da: Flordelsol alle ore 12:51 | link | commenti
categorie:
domenica, 21 dicembre 2008

 

Ha una sua solitudine lo spazio
solitudine il mare
e solitudine la morte
Eppure tutte queste sono folla 
in confronto a quel punto più profondo - 
segretezza polare - 
che è un'anima al cospetto di se stessa: 
infinità finita.
emily dickinson

postato da: Flordelsol alle ore 08:51 | link | commenti
categorie: